Diari di Bordo

Uber, più in fondo di così si “muore”

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panorama

Quando, il 19 novembre 1994, appena dopo pranzo faccio la mia prima corsa partendo da Loreto, quasi mi trema la voce al telefono. Dopo sei mesi di disoccupazione e di amari bocconi, lavori saltuari per non sentirmi inutile, installato ricetrasmettitori sui TIR di Como Grandate, sulle auto dell’ippodromo, sulle ambulanze; dopo tanti curriculum inviati e nessun colloquio perchè ero “vecchio”, senza avere il piacere di vedere 400.000 lire tutti insieme in due mesi, era arrivato per me il momento di vedere concretizzarsi un sogno: avere un lavoro tutto mio e in piena autonomia. Mi ero ripromesso che mi sarei legato ancora una volta ad una azienda di grande valore, se ne avessi trovata nuovamente una giusta per le mie capacità, altrimenti avrei dato vita ad una attività “in proprio”. Ma al Margy di Piazza Santo Stefano conobbi Zio Roberto, che mi propose di rilevare la sua licenza, in cambio di un lavoro che mi avrebbe reso libero ed economicamente solido. Milano stava vedendo un ricambio generazionale nella categoria dei tassisti, pensate che tra loro c’erano nientemeno che laureati in economia, ex quadri e manager…

E’ anche l’inizio della mia storia personale, autentica, che viaggia parallelamente a quella di Elena Lavezzi che racconta se stessa e il suo ingresso in Uber alla ricerca di gratificazioni e consensi, sulle pagine – per lei gratuite – dell’ultimo numero di Panorama; due storie – la mia e la sua – che non si incontreranno mai, per i diversi modi di confrontarsi con gli altri, per esUBERanza da un lato e umiltà dall’altra, per ignoranza da una parte e per conoscenza dall’altra, perchè amo la concretezza e rifuggo le illusioni, perchè conosco le leggi e le rispetto, perchè sono italiano e ragiono da italiano. Detto questo, è probabile che Elena con la sua storia riesca a collocare in pianta stabile sulla sua testa l’aura della “pretty-uber-girl”, a strappare qualche lacrimuccia ai cuori più teneri, facendo nel contempo indignare una bella percentuale di gente verso i tassisti, visto che ce l’ha messa proprio tutta a omologarli come delinquenti, maleducati e preistorici, ecc. ecc..

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Fiori profumati, puzzolenti laureati

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magnoliaFreddo e pioggia ce li siamo lasciati alle spalle da qualche giorno, ma il caldo e il tempo bello entrati di prepotenza sulle nostre teste, già ce li stanno facendo dimenticare. Il sole è un toccasana per l’organismo e un potente carburante per accendere buonumore e ottimismo; me me sono accorto oggi, prima autentica giornata quasi estiva, mentre attendevo un cliente. Pochi minuti per raccogliere ed elaborare gli stimoli della luce, dei rumori, degli odori, del calore dei raggi del sole, della  brezza di aria fresca e leggera. Era sorprendentemente piacevole attendere in quella via Pier Capponi ai margini della trafficata via Giotto e sentirsi come in un angolo di città a me riservato, per qualche minuto, per riflettere sulla semplicità delle cose e di come siano complicati e autolesionisti gli esseri umani. C’era una fitta siepe di gelsomino, sapete…quei fiorellini bianchi, piccoli… con 4 o 5 petali, poco appariscenti, ma in gruppo, a centinaia forse a migliaia, davano il meglio sprigionando il loro aroma delicato. Invidioso, un grande albero di magnolia si faceva notare con i suoi pochi ma grossi fiori. Il mio olfatto, giudice imparziale, dava dieci con lode a pari merito, a tutti e due! E pensavo come siamo simili ai fiori della magnolia in certi casi noi tassisti, nei momenti in cui difendiamo il nostro lavoro: in un albero così grande si mostrano solo alcuni fiori, pochi ma buoni, quanto basta per farsi gradire al naso altrui; una grande categoria quella dei tassisti, profumatissima dal lato umano, combatte con tanta fatica grandi battaglie, ma purtroppo con l’impiego di pochi soldati, anche se molto combattivi.  Se fossimo come i fiori dei gelsomini, a migliaia, basterebbe il minimo sforzo personale per il miglior risultato globale. C’è bisogno di fiori colleghi, tanti fiori, per combattere chi ci inonda di puzza e ci vuole a tutti i costi puzzoni: sono gli stessi che REGALANDO illusioni, percorrono il fine ultimo della conquista dell’ennesima riserva di caccia. Queste persone nonostante l’ostentata cultura e la fastidiosa esuberanza, emanano un “odore” disgustoso!

ABUSIVO: un nome, forse una garanzia

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abusivoPuntualità, professionalità e sicurezza sono le nostre credenziali per servirvi nei Vostri spostamenti verso e da Aeroporti, Stazioni Ferroviarie, Hotel, casa o ufficio. Disponiamo dei mezzi necessari per soddisfare le più svariate richieste, sia per aziende che per privati a qualsiasi ora del giorno e della notte. L’ attenzione per il cliente, la gentilezza e l’economicità del servizio caratterizzano la nostra azienda e gli amici autisti che collaborano con il nostro team. I costi sono concordati al momento della prenotazione. La tariffa è chiara e trasparente, se durante il tragitto vi sono ritardi per traffico o altro, il prezzo non subirà variazioni. …. Un  imbarazzante gioco di parole composto da un articolo anglosassone (“A”) dal nome abbreviato del mezzo (“BUS”) e dal nome del titolare (“IVO”). Ancor più imbarazzante come fare per trovarlo, questo signor Ivo: digita su Google “taxi abusivo” e lo troverai immediatamente; l’indirizzo del sito vi sorprenderà! Uno slogan autolesionista di quelli che fanno fuggire i clienti a gambe levate, ma anche contro natura perchè di contenuto antitetico rispetto all’ attività e all’identità del mittente. Abbiamo a che fare con un genio o uno squilibrato? Forse un uomo coraggioso e lungimirante, oppure molto più semplicemente… abusivo e niente più?

Quanto vale una petizione online ?

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facce_biancheVi siete mai interrogati  sulla frequenza, l’efficacia e la diffusione delle “petizioni online”, per le quali esistono diversi siti appositi, più o meno affidabili? Questo pensiero, mi rimugina già da tempo nella testa, ma non molto tempo fa è uscito un articolo molto severo sul sito MarketWatch del Wall Street Journal: “Petizioni: da diritto costituzionale a giochino online”: «La tecnologia ha reso così facile crearne una che quella che era un’azione civica è diventata priva di significato». L’articolo cita diversi esempi di petizioni farsesche create sul servizio apposito del sito della Casa Bianca (“We, the people”) e che hanno raccolto miglia di firme, fino a quella di cui si è molto parlato per staccare il Texas dagli Stati Uniti: 123 mila firme. Il sito Change.org, (lo stesso su cui Uber ha aperto la sua petizione) che ha aperto anche in Italia, genera “15 mila petizioni online al mese, la maggior parte delle quali passa inosservata”. «È come una battaglia con le pistole ad acqua: poco sforzo e nessuna conseguenza». Nessun impegno, nessun sacrificio, nessuna reale discussione sui temi. E benché da Change.org (lo stesso su cui abbiamo aperto la nostra contro-petizione) sostengano che alcune delle loro petizioni trovino ascolto negli interlocutori, l’impressione è che la loro funzione maggiore sia a beneficio dei media e dei programmi tv che ci possono scherzare sopra o farne un caso, irrilevante.

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Un grazie (al) planetario

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planetarioda Admin di “Uber No-Thanks” un messaggio per TUTTI, anche per coloro che non sono su Facebook ma che invece erano là…(qui il video)
Rieccomi qua, Buongiorno a tutti. Mi sono perso il Wired Next festival, ho visto il filmato e posso dire che siete stati assolutamente insuperabili. Bravo Fabio, Stefano, Marco, Francesco e veramente tutti. Ho visto da una parte persone preparate, fortemente preparate, orgogliose del proprio lavoro, difendere con i denti la propria attività e la legalità, dall’altra uno show di banalità e arroganza mascherato come al solito dalla parolina magica del nostro tempo: l’innovazione. Ma di che parlano? di aria fritta come al solito in nome solo ed esclusivamente del dio denaro, quello che entra nelle loro tasche, non certo quello che va a chi il lavoro lo svolge. Parlano di un mondo che sta cambiando senza accorgersi che il mondo sta cambiando di nuovo, e dopo le bruciature prese dai giochini della finanza è molto attento e non molto propenso a continuare sulla strada degli ultimi anni, per fortuna dico io. L’ennesima presentazione del servizio con le loro brave slides, il discorsetto yankee, le solite ubertate della general manager, che nel paradossale, sta diventando Lei paradosso. Faccio fatica a credere che sia vero che una persona possa non rendersi conto di ciò che dice, ma…; se non ho visto male sto gran pubblico non c’era, il pubblico, o meglio i protagonisti in tutti i sensi eravate voi e questo è un bene.

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Ora basta, mi hanno rotto i Bocconi!

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La placida vita del contadino toscano Lando viene sconvolta dall’improvviso rimpatrio di una zia, emigrata negli USA trent’anni prima, diventata una cicciona dall’appetito irriducibile. Essa è accompagnata dal marito, un ex-marine fuori di testa, reduce dal Vietnam (adora l’odore del napalm), che conosce a memoria Apocalypse Now e si alza ogni mattina alle cinque per l’allenamento militare; dal nipotino, un rompiscatole antipatico maniaco dei videogames e, fortunatamente, anche dalla formosa figlia che intriga sia Lando che il suo caustico babbo. Gli ospiti americani non rinunciano alle loro abitudini: footing, festa di Halloween, marcia militare alle 5 del mattino, tacchino al forno per la festa del Ringraziamento, frigorifero mega, tv satellitare per vedere sempre la CNN in diretta, allestendo il proprio personale quartier generale, fino a stravolgere in maniera significativa la vita dei padroni di casa. Lando, giunto al limite della sopportazione, esplode e si sfoga alla sua maniera. Questa, in poche parole, la trama del film “La mia  vita a stelle e strisce” (nel videoclip) con un irresistibile Massimo Ceccherini. Alla domanda dell’inviato TV, come mai fosse arrivato a tenere sotto sequestro i suoi ospiti invadenti e invasori e che significato avesse il suo gesto, egli più stralunato che mai risponde candidamente “il significato è sempre lo stesso: mi hanno rotto i coglioni”. All’inizio noi piccoli e disastrati italiani non li conoscevamo, ci hanno portato i film western, un modo originale per farci vedere il loro Grande Paese, attraversato coast-to-coast tra sterminate campagne, da carovane di gente in cerca di una terra da coltivare su cui erigere casa. Mi ricordo mio nonno, bracciante agricolo con la pelle cotta dal sole, come si divertiva al cinema guardando le “spolverone” come le chiamava lui (nei western il gran polverone sollevato dai cavalli non mancava mai) forse perchè sognava una vita contadina fuori dai suoi ideali e dai soliti confini. Più in là negli anni cominciò a chiamarle “americanate” …semplicemente perchè gli americani, oltre ai western, stavano portando in Italia qualcosa d’altro: prodotti sempre meno adatti al nostro divertimento ma sempre più adatti al loro arricchimento.

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Ne spandono tanta, eppure loro non puzzano

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Famoso spot di una banca, datato 2008. La scena si apre con un taxi che scorre nella notte: una Fiat Marea station wagon che all’epoca era già fuori produzione da CINQUE anni. Il giovane a bordo con un’aria un tantino spocchiosa, è sudaticcio e si allenta il nodo della cravatta; non chiede se si può accendere l’aria condizionata, perchè probabilmente intuisce che il tassista (anch’ egli sudato) non ce l’ha! Almeno il radiotaxi si…quello c’è…ma a GESTIONE VOCALE (Antico!). Data l’ora tarda, e avendo già scaricato tutte le batterie di telefonino, tablet, ipad e notebook, non potendo impegnare in altro modo il suo tempo, chiede al tassista se gli fa ascoltare un po’ di musica dall’autoradio, MA… La vettura non è equipaggiata di autoradio (Giurassico!). Allora chiede “me ne ne canta una lei?” Il tassista, imbarazzato dice di non saper cantare (Che mummia!). Ora con un sorrisetto in tralice, tra il fazioso e il faceto ecco cosa gli chiede lo stronzetto: “allora me la fischia?”. I tassista tace, con preoccupazione gira lentamente lo sguardo verso il passeggero per accertarsi che non si tratti di elemento pericoloso… (Antipatico!) La sua banca (per fortuna) è differente, e lui forse non è così pericoloso! Anche l’autista Uber è differente. Pensate che lo stesso cliente quando sale in vettura ha un aspetto fresco e rilassato, sarà la visone di quel cherubino, angelo della Divina Provvidenza, che già lo rassicura con il suo sguardo amichevole e gli apre la portiera. (continua…)

Attenzione a non esagerare

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incazzata con uber

“Mi piace agitare le cose della vecchia industria e fare qualcosa di nuovo e diverso,” dice. “Mi piace fare incazzare la gente.”
(Travis Kalanick)

Fonte: “The trials of Uber”  di JP Mangalindan, per CNN MONEY

L’arte della guerra: quando il nemico è unito, dividilo

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sun zuComposto in Cina ben 500 anni prima della nascita di Cristo, questa “L’arte della guerra” rappresenta il più antico trattato di strategia militare. Il suo contenuto ha influenzato ampiamente nei secoli la filosofia orientale, e oggi questo testo viene utilizzato nelle scuole di management in tutto il mondo (Silicon Valley inclusa). Perché Sun Tzu non si limita a dare precetti essenziali per sconfiggere i nemici sul campo di battaglia, ma ci insegna a gestire i conflitti in modo profondo e non distruttivo, perché anche nella nostra vita quotidiana “la miglior battaglia sarebbe quella che vinciamo senza combattere”, ma se proprio non possiamo farne a meno, usiamo lo strumento della ragione per cercare di essere efficaci, (per esempio per combattere un forte e pericoloso  concorrente…) solo valutando tutto esattamente si può vincere, con cattive valutazioni si perde. Quanto esigue sono le probabilità di vittoria di chi non fa alcun calcolo?  Ecco solo alcuni “consigli tattici” :

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F.A.I. all’assessore: irragionevole esclusione dei NCC

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warningCome avrete già letto in un post recente, appena venerdì scorso è stata tenuta una riunione urgente in piazza Beccaria, con le OOSS tassisti e i radiotaxi. Assieme alle incancrenite questioni sulle falle della viabilità , la capienza posteggi, le colonnine telefoniche al collasso, è stato preso soprattutto in esame l’argomento di maggiore (purtroppo) attualità: la presenza di Uber e la sua attività di intermediario del trasporto, indirizzata ad operatori NCC, in contrasto con la legge 21/92 che regolamenta il trasporto pubblico locale non di linea a livello nazionale. Ha lasciato molte perplessità la decisione di condividere una strategia di azione comune, non prima però di aver recepito la sentenza del Giudice di Pace il giorno 21 maggio; un lasso di tempo in cui Uber potrebbe continuare indisturbata il suo percorso di insediamento in Milano. Ciò che Uber ha fatto e sta facendo in altri Paesi è cosa ormai nota (spero che i colleghi più pigri e distratti ne siano ormai a conoscenza), le sue mire espansionistiche sono quasi sempre  accompagnate da battaglie legali, alcune vinte da Uber a causa della lentezza di intervento delle amministrazioni locali, altre vinte dalle amministrazioni e dalle associazioni di trasporto locale. Il fatto che la questione legittimità resti a fluttuare nel “limbo” fino al 21 del mese, non piace a F.A.I., come non è piaciuta la mancata convocazione di una sua rappresentanza. A tal proposito, F.A.I. ha inoltrato oggi un comunicato ufficiale indirizzato all’ assessore Maran, il sindaco Pisapia, P. Errico-Ufficio Autopubbliche, comandante Mastrangelo e commissario aggiunto Cuzzoni, dove si dichiara:

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Un sogno chiamato start-up

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archimedes-mathematicianL’arrivo di Uber a Milano, oltre al disappunto correlato alla sua illegalità, ci ha portato anche ad avere a che fare con termini di uso poco comune, se non per gli “addetti ai lavori” cioè tutte quelle persone che gravitano attorno al progetto di avviamento di una attività innovativa di elevato contenuto tecnologico che oltreoceano chiamano START-UP. Ma noi che siamo Italiani, con tanti difetti e tante risorse all’apparenza infinite (lo facciamo credere molto bene), non cediamo con tanta facilità alle sirene incantatrici del Paese a Stelle e Strisce. Sono in tanti a non sognare e a pensarla così:

Punta in altoA volte creare o soltanto essere parte di una “start-up” sembra quasi un lusso. La parola “start-up” fa figo ed ha indubbiamente un appeal notevole in quanto sinonimo di dinamismo, innovazione, ambiente di lavoro flessibile dove regna la motivazione e l’impegno…

Punta in altoNon mi sono mai fatto influenzare dall’ ”american dream” dove tu fai lo start-upper di mestiere e dove fallisci ma trovi sempre qualcuno che ti da qualche milione di euro perchè ti vendi bene. Il vero problema però è “come diavolo si esce dalla fase di start up”? Si può essere innovativi, si può costruire un modello di business scalabile e viabile, si può mettere su un team di esperti ma per giocarsela davvero ad un certo punto ci vogliono i veri soldi. Altrimenti resti una start-up a vita!…

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Non è un paese per tassisti

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breraCari amici che percorrete senza posa le strade delle città per pochi spiccioli che poi vi porteranno via lasciandovi senza un cent e sempre più affannati; cari amanti del tassametro sempre uguale, fermo nel tempo, incurante e beffardo della vostra dignitosa povertà; cari autisti in tuta o jeans e berretti e magliette che caricate rigorosamente Gratis valigie enormi sotto lo sguardo indifferente e infastidito di uno che ha fretta e dell’altra che è tutta firmata; cari signori e signore che mangiate in piedi un panino o una mela e poi correte a versare il vostro obolo mensile nell’ora di pausa alle associazioni un giorno e ai radiotaxi l’altro;cari artigiani iscritti al ruolo e alla camera di commercio che tornando nelle vostre umili case strisciate accanto al muro per non vedere la casella della posta, terrorizzati da buste verdi che vi chiedono milioni di euro che non avete mai avuto e da quelli che vi compatiscono ma  vi dicono sempre pagate e vi ritrovate lì, soli, a chiedere mutui, prestiti, e a lavorare lavorare lavorare e ancora lavorare 365 giorni per pagare il Moloch insaziabile.

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Irlanda, lo stato OBBLIGA i debitori a “stringere la cinghia”

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IRELAND BANK BAILOUT SHARESNotizia inquietante sull’ inserto del venerdì di Repubblica: LO STATO AI DEBITORI IRLANDESI: COME SPENDETE LO DECIDO IO. L’ articolo di Alessandro Carlini riporta ciò che accade nella tormentata Irlanda, giunta al considerevole tasso di disoccupazione del 14% (nel 2007 era il 4%) e gravata da episodi diffusi di insolvenza, legati appunto alla crisi e alla perdita del lavoro. Gli episodi più rilevanti riguardano il mancato pagamento dei mutui alle banche. Per questo motivo il governo si inventa il ”Grande Fratello” per i debitori: è il nuovo ISI (Insolvency Service of Ireland), agenzia statale che deve mediare fra debitori e creditori (specialmente le banche), imponendo però le sue regole e un regime di vita controllato agli insolventi. Chi per  esempio non riuscisse a pagare il mutuo, sarà costretto dallo stato a rinunciare ad una lunga lista di comfort, per poter onorare il debito. Non potrà avere la tv via satellite, non potrà andare in vacanza all’estero e non potrà iscrivere i figli ad una scuola privata. Se nonostante la privazione di questi “lussi” il debitore non potrà ancora assolvere al suo obbligo, lo stato potrà stabilire altre regole aggiuntive, molto più stringenti, arrivando a decidere arbitrariamente TUTTI i consumi di un cittadino.

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Primo maggio destinazione Uber

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“A noi ci hanno insegnato tutto gli americani, se non c’erano gli americani, a quest’ora noi…eravamo europei: vecchi, pesanti, sempre pensierosi, con gli abiti grigi e i taxi ancora neri. Non c’è popolo che sia pieno di spunti nuovi come gli americani; e generosi e buoni e giusti. Non c’è popolo più giusto degli americani … sono portatori sani di democrazia…quello che mi ha sempre colpito degli americani è questo loro bisogno, questo loro desiderio di divulgare il loro modo di vivere, la loro cultura, hnnn…non la cultura…, le innovazioni, i fatti del costume. Sono portatori sani di cose nuove.” Lo diceva questo genio di nome Giorgio Gaber nel 1976, profeta ancora  oggi come allora. Questa azienda, nata qualche anno fa a San Francisco, sta portando bontà, generosità e giustizia in tutto il mondo, anche se nessuno comprende fino in fondo il loro desiderio di creare un mondo migliore, di portare – democraticamente – innovazione e benessere, tanti posti di lavoro per autisti di buona volontà che vogliono trasformarsi in tassisti su auto nere e di lusso. Buon primo maggio, soldatini volonterosi, a tutti buon aperitivo serale al Castello.  Poi tutti a lavorare….partendo dalla rimessa, mi raccomando!

Giurin giuretta, clicca sull’immaginetta!

ubernograzie

 

 

 

 

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Per tassisti curiosi: discutere un “pitch” con successo

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Tutto è partito in un post recente, quando sulla base di un filmato pubblico su Youtube, traevamo delle valutazioni personali sulle qualità comunicative di un project manager che presentava un determinato lavoro di gruppo ad un pubblico assortito. La mia critica, come quelle di altri amici che hanno commentato sul blog, non è risultata gradita a qualche componente di quel gruppo che ci ha additato come superficiali in quanto assolutamente digiuni sul tema che veniva discusso. In realtà non è proprio così, in quanto in calce al video era chiaramente specificato cosa il filmato avesse registrato: un “pitch” finale per un determinato progetto di carattere universitario. Il diffuso preconcetto che, indipendentemente da tutto, il tassista sia comunque un soggetto di cultura limitata, ha fatto leva verso un soggetto che con pregevole cameratismo, ha dato tutto il possibile per rovesciare le nostre impressioni. Ringrazio l’amico Lino Brun che in un quell’occasione (in suo commento) ha speso parole astruse sul “pitch” che hanno sollecitato la mia curiosità e mi hanno spinto a volerne sapere di più. Premetto che di base un “pitch” non è altro che una presentazione veloce e sintetica quasi sempre accompagnata da  schede scorrevoli a schermo o parete (slides-show, nel gergo tecnico); ovviamente dietro le quinte esistono più fasi di realizzazione che consentono di avviare e poi progressivamente perfezionare il lavoro finale. Di solito dietro un pitch di pochi minuti si sono giorni se non mesi di lavoro, dipende dalla complessità del progetto. Come deve essere preparato e discusso un pitch, cercando di evitare banali incidenti di percorso, ce lo spiega efficacemente il dott. Fabrizio Capobianco, già fondatore di Funambol, società nata in Italia e trasferitasi nella Silicon Valley dove è cresciuta globalmente.  Fabrizio ormai è emigrato in pianta stabile negli Stati Uniti e ha raccontato in diverse occasioni la sua avventura e la sua chiara visione imprenditoriale.

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